È stato intenso l’incontro con l’attrice di teatro Francesca Danese lo scorso 10 settembre al Chiostro degli Agostiniani, in occasione del finissage della Biennale di Manduria Arte senza Frontiere. La talentuosa attrice, autrice e performer leccese di adozione (originaria di Brindisi), ha saputo catturare il pubblico con il suo stile inconfondibile.
La sua presenza, nel suggestivo scenario del Chiostro manduriano, ha offerto l’occasione per scoprire il percorso di un’artista poliedrica, la cui formazione affonda le radici negli studi umanistici: la Danese è laureata in Lettere Classiche e possiede un Dottorato in Linguistica storica.
Da più di 20 anni si occupa di teatro di prosa, narrazione, teatro fisico e performance. Francesca si è anche diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Talìa di Brindisi e ha partecipato a importanti percorsi di alta formazione che le hanno permesso di formarsi al fianco di maestri del calibro di Elena Arvigo, Elisabetta Pozzi, Cesar Brie, Roberto Anglisani e Lindsay Kemp, solo per citarne alcuni.

Da più di 20 anni si occupa di teatro di prosa, narrazione, teatro fisico e performance. Francesca si è anche diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Talìa di Brindisi e ha partecipato a importanti percorsi di alta formazione che le hanno permesso di formarsi al fianco di maestri del calibro di Elena Arvigo, Elisabetta Pozzi, Cesar Brie, Roberto Anglisani e Lindsay Kemp, solo per citarne alcuni.
Nel corso della sua carriera, l’attrice ha collaborato con numerose realtà di rilievo (da NOMA Physical Theatre a Principio Attivo Teatro, passando per Teatro Dantès Art Factory, FinibusTerrae Teatro e Factory-Compagnia Transadriatica) e, parallelamente, ha sviluppato una ricerca autoriale focalizzata sul mito come dispositivo contemporaneo e sulla centralità della figura femminile, dando vita a spettacoli di successo come Mafalda sono io, VìtVìt! Storia di una pendolare, Rumores. Voci, storie (e gossip) di donne del mondo antico e il recente Fam(m)i d’amore.
Per Francesca il teatro è uno spazio di creazione ma anche uno strumento di trasformazione comunitaria e al finissage ha, infatti, regalato al pubblico della mostra un momento di autentica e profonda condivisione culturale.

Ecco come descrive Francesca Danese il suo breve monologo “Dieci minuti”:
Dieci minuti è uno dei primi testi, e per essere più precisi il primo monologo, che ho scritto. Nasce, diversi anni fa, a seguito di una vicenda personale, ma non ne è l’immediata trasposizione.
Ponendosi l’occasione, la vicenda personale e la sua eco, covati nell’anima, hanno poi dato vita ad una riflessione sul tempo, su quanto esso sia prezioso, anzi, come dice una citazione nel monologo, “è la nostra carne”. I contorni della breve vicenda sono al tempo stesso chiari e sfumati: in scena, a parlare, è una giovane donna prossima ad una operazione chirurgica, alla quale vengono dati giusto 10 minuti, appunto, per riflettere…su cosa? Se sottoporsi ad un’operazione che dei medici, si intuisce piuttosto pressanti e sbrigativi, considerano essenziale.
Questi 10 minuti concessi in deroga si trasformano così in una riflessione sul tempo che fugge, sul suo valore, su quando di esso viene rubato a noi, alla nostra vita, da una società impietosa e sempre in corsa.
E dunque, pensando al tema della Biennale 2026, cosa possiamo salvare da questa corsa? Come ci possiamo salvare da questa folle corsa?
Il monologo ha fatto parte dello spettacolo Come vogliamo vivere, regia di Ippolito Chiarello, e all’interno di questo è stato presentato in strada con il “barbonaggio teatrale.
PAROLE CHIAVE: tempo, salvarsi, luna


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